Written by Giada

Lettera agli amici dello Champagnat nel primo giorno delle iscrizioni

Agli amici di ieri e di oggi dell’istituto Champagnat
Con la parola amico dello Champagnat intendo un numero vasto di persone:

  • Prima di tutto le famiglie che oggi hanno i figli che frequentano qualunque classe dell’Istituto Champagnat, dai più piccoli della Scuola dell’Infanzia fino alla Quinta Liceo, quelli che fra poco più di un mese voteranno, per intenderci.
  • I docenti e i collaboratori della scuola, alla quale sono legati da un contratto lavorativo, ma ancora più in profondità da un progetto condiviso e da memorie vitali e anche travagliate.
  • Gli ex alunni e le loro famiglie, comprese quelle che i Fratelli Maristi li hanno conosciuti in Via Casaregis, a Camogli o a Villa Serra, nella villa di Albaro o nell’edificio grigio di Via Caprera, perché dal 1905 ne sono cambiate di cose
  • I cittadini e i cristiani genovesi che quando leggono il numero delle scuole cattoliche chiuse l’anno scorso in Italia (400) si fanno pensosi su quale furto di libertà e di esperienza stiamo permettendo a danno delle nuove generazioni
  • A tutti i credenti che riconoscono l’importanza di avere una scuola dove l’esperienza religiosa e spirituale non è un “fenomeno culturale”, ma anche, nella libertà di ciascuno, adesione del cuore e scelta di vita che informa tutta l’esistenza
  • E, certo, anche alle persone sportive che con la chiusura del Centro sportivo e delle piscine della scuola hanno perso un luogo sano di cura della persona e di spirito di gruppo e non vedono l’ora che uno spazio così funzionale venga riaperto superando le lungaggini burocratiche e gli attriti inutili.

Dopo questo lungo elenco delle persone a cui mi rivolgo preferisco entrare subito nel vivo: questi sono i giorni delle iscrizioni in tutti gli ordini di scuola, giorni di open day e di scelte, di paragoni e di decisioni importanti per quella parte di cittadini che vive il tempo (i primi venti anni, all’ingrosso) della formazione e della crescita. Chiunque ha figli o ha a cuore la generazione che viene si fa delle domande importanti alle quali non è facile rispondere.

  • Che mondo stiamo consegnando agli uomini di domani?
  • Come possiamo comunicare cultura, responsabilità, entusiasmo ai nostri giovani?
  • Quale tipo di ambiente e di relazioni umane sono più propizie alle domande profonde che i nostri ragazzi si portano dentro?

Quali risposte possiamo dare a questi interrogativi che abitano il cuore e la mente di tutti noi, gente di scuola e genitori?

Penso che il mondo che stiamo costruendo, le passioni che stiamo vivendo, le relazioni che abbiamo il coraggio di far crescere fra noi adulti siano le risposte e le consegne che possiamo offrire ai più giovani. Nessun open day e nessuna scuola potrà rivelare o programmare questo tipo di risposte, che sono le più urgenti. Neanche la presentazione del nuovo progetto scolastico dello Champagnat, venerdì 19 e sabato 20 gennaio, potrà illuminarci su questi vertici di senso. Nel frattempo però una storia la possiamo iniziare (e non inizia da noi…)

All’interno della tradizione religiosa, dell’avventura degli uomini che hanno messo Dio e non se stessi al centro dei propri progetti (e questo cambia molto, e questo è già contro-coltura, sovversione pura), Marcellino Champagnat, non è uno qualsiasi. La scuola di Genova prende ispirazione, nome e missione da questo sacerdote francese del secolo della Rivoluzione, vorrebbe averlo come modello, come riferimento. Come ha risposto, e come cerca di rispondere la scuola, a quelle domande così poco da open day?

Costruire un mondo dove gli altri siano oggetto di rispetto e riverenza (“Gli alunni vanno prima di tutto amati, e amati tutti allo stesso modo” diceva quando forse le parole non erano ancora guastate), cercando di presentare i valori che lo animavano senza ipocrisia e con generosità: “Far conoscere Gesù e farlo amare è lo scopo delle nostre scuole” così, senza tanti giri. Per questo, ancora oggi, nelle sue scuole si cerca di presentare dei fini, delle motivazioni, degli orizzonti di senso che aiutino a costruire un mondo non idolatra. Successo, soldi, fama, furbizia non sono i nostri valori.

La cultura è l’ossigeno senza la quale anche la fiamma del Vangelo non può bruciare. San Marcellino sognava di poter portare il cristianesimo in Oceania, si preparava a missioni internazionali fin da giovane.  Conoscere le lingue, capire il mondo reale nei suoi diversi dinamismi, imparare la tolleranza, il rispetto, l’autoironia, il valore della conversazione, la bellezza dell’arte. Trasformare la classe in bottega, in officina, in laboratorio, far crescere uomini e donne perché sappiano inventare nuovi inizi, nuove società, nuovi legami, questa è la sfida per ogni scuola non negligente, come lo era ai tempi e nei progetti di Champagnat. Che sapeva vedere nei propri allievi i maestri di domani, sapeva credere in loro. Coltivare il suo sogno per noi a Genova significa anche costruire un nuovo umanesimo che sradichi la violenza, il bullismo, la pretesa di essere il centro del mondo e di non dover seguire le regole che invece nelle classi sono argini e strade di una crescita ordinata.

Con chi si relazionava san Marcellino? Con i suoi responsabili e le autorità, con i suoi confratelli sacerdoti (collaborava in una compagnia, prendendosi i suoi incarichi e sapendo vivere in comune), con i suoi giovani Fratelli (li aveva inventati quando lui aveva 27 anni, figli della prima ora), con i bambini, specialmente “i poveri, gli orfani, le vedove e gli stranieri” direbbe la Bibbia, cioè quelli con maggiori fragilità. E con tutti cercava di essere coerente, gioioso, positivo, familiare. E su tutti invocava la protezione di quella Maria che aveva scelto per dare un nome ai suoi giovani educatori. Un nome e, si spera, uno stile.

La scuola Champagnat di Genova è capace di aiutare a costruire un mondo più giusto? è capace di trasmettere una cultura libera, laica, internazionale, connessa? è capace di costruire relazioni in cui l’altro possa crescere e sentirsi ospite gradito?

Avere per il prossimo anno abbassato le rette, aver aumentato le ore di quella lingua franca che è l’Inglese, voler aprire una nuova scuola, l’istituto tecnico economico, aver inserito il cinese nei nuovi curriculi. Cercare contatti con l’Estero, collaborare con realtà importanti del mondo del lavoro e della pubblica amministrazione, dialogare con uomini e donne di altre religioni, spingere gli alunni a stili di vita sani, sportivi, equilibrati, avere animatori dei gruppi di vita cristiana che gratuitamente organizzano incontri, bivacchi, campi estivi, tutte queste azioni vanno nella direzione di un mondo, una cultura, delle relazioni più giuste?   

A queste domande dobbiamo rispondere, cari amici di ieri e di oggi dello Champagnat, se vogliamo che di amici ce ne siano anche…domani.

Fratel Massimo Banaudi

(“Ma come Massimo, tutti questi voli pindarici, queste parole altolocate e non dici che abbiamo bisogno di amici che ci aiutino, che ci consiglino, che si impegnino per farci conoscere, per assicurare che siamo aperti, che necessitiamo più alunni, più docenti, più risorse…”
“L’ho detto, l’ho detto… gli amici dello Champagnat lo hanno capito…”)

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